"L’uomo nell’albero" di Stefania De Zorzi

“L’uomo nell’albero” di Stefania De Zorzi

Qualcosa era precipitato dal cielo a poca distanza, sprofondando con un tonfo frusciante nello spesso tappeto di foglie ai piedi dell’albero. L’uomo che lo abitava emerse dal tronco, e notò un riflesso acceso in mezzo al cumulo verde e marrone che gli era fin troppo familiare: scostò le foglie con la mano pallida, e raccolse un libro rilegato in cuoio rosso. Nell’aria risuonò un frinire acuto: intravide fra i rami della quercia secolare un grillo grande quanto un pony, che si aggirava sopra il bosco come alla ricerca di un bene perduto. L’uomo si rintanò con il libro nel lato più in ombra, e appoggiato con la schiena al tronco lo aprì con dita incerte; da molti secoli viveva prigioniero nell’albero, condannato dalla vendetta di un druido ad un’eternità di solitudine e di nulla. Talvolta gli pareva ancora, dopo secoli, di udire come un’eco lontana  le grida di dolore dello stregone torturato, mentre cercava di carpirgli i segreti di una vita lunga e forte, e di un potere inamovibile. Nella sua arroganza aveva voluto ignorare che estorcere un incantesimo a un uomo di magia può essere fatale: così il druido aveva legato con un ghigno  il suo spirito a quello di un giovane rovere, cresciuto con l’infinita lentezza degli alberi, pochi centimetri ogni anno, costretto a non potersi allontanare al di là delle sue radici, invisibile ai suoi cari e agli altri uomini in quel luogo remoto nella foresta. Non vi era ritorno dall’incantesimo, perché il male compiuto non si può disfare, così aveva trafitto il druido con la sua spada, e le sue ossa giacevano inghiottite dalla terra da qualche parte lì accanto; tutto ciò che aveva amato e desiderato era ridotto da secoli in polvere, e anche della sua anima era rimasto ormai poco. Talvolta gli capitava di sognare ancora  sua madre, che lo aveva cercato invano dopo la sua scomparsa, l’ebbrezza delle notti di vino e di sangue coi suoi soldati, il volto di una bella donna che aveva quasi amato.  Forse il libro rosso era un talismano inviato dagli dei impietositi per la sua sorte avversa, per quell’inferno dalle infinite tonalità di verde e di terra, dal quale si faticava a vedere il cielo; sfogliò le pagine,  che si staccavano fragili dal dorsale rilegato man mano che le scorreva, sparpagliandosi attorno lui.  A fior di labbra mormorò invocazioni antiche quanto la sua persona, o forse più,  e l’incantesimo dello stregone fu finalmente completato. Per la prima volta dopo secoli  la sua anima rinsecchita e accartocciata si distese: si toccò la testa, e con le dita avvertì uno stelo sottile e in cima i petali di un fiore, di cui annusò il profumo intenso. Sorrise, mentre dimenticava di essere uomo e diventava quercia, grande e possente nella terra fertile del bosco, con la linfa che lo attraversava, dalle radici fino ai rami robusti e alle foglie più tenere su verso il cielo. Da qualche parte, le ossa non ancora polverizzate del druido si agitarono indispettite.

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Stefania De Zorzi
di Peschiera Borromeo (Milano)
Nata nel 1967, amo scherma, cinema e letteratura fantastica. L’anno scorso un mio racconto, “La Sostituta”, è stato pubblicato dalle Ed. Pagine.